Più pregi che difetti nella riforma Fornero. Parla il prof. Ichino
Altro che boiata, come dice Confindustria. La riforma Fornero, pur con tutti i difetti, è cosa buona e riformista. Certo poteva essere ancora più innovativa, ma ad esempio il tabù dell’articolo 18 è stato archiviato. Tra le critiche che giungono in queste ore alla riforma del lavoro approvata ieri dal Parlamento, spicca l’opinione complessivamente positiva del senatore e giuslavorista Pietro Ichino, che pure non nasconde alcuni aspetti che non lo entusiasmano. Ma le luci prevalgono sulle ombre, dice. Leggi Il diritto al lavoro di Giuliano Ferrara - Leggi Via libera della Camera alla riforma del lavoro - Leggi L'intervista del ministro Fornero al WSJ - Leggi Il duro editoriale del WSJ sulla riforma del lavoro - Leggi Più Fornero, meno Grillo - Leggi La mia morosa ideale di Giuliano Ferrara
13 AGO 20

Altro che boiata, come dice Confindustria. La riforma Fornero, pur con tutti i difetti, è cosa buona e riformista. Certo poteva essere ancora più innovativa, ma ad esempio il tabù dell’articolo 18 è stato archiviato. Tra le critiche che giungono in queste ore alla riforma del lavoro approvata ieri dal Parlamento, spicca l’opinione complessivamente positiva del senatore e giuslavorista Pietro Ichino, che pure non nasconde alcuni aspetti che non lo entusiasmano. Ma le luci prevalgono sulle ombre, dice. “Innanzitutto – spiega Ichino in una conversazione con il Foglio – c’è un merito di questa riforma che basta da solo a compensare tutti i difetti. In materia di licenziamenti si passa da un regime in cui la regola generale è costituita dalla reintegrazione nel posto di lavoro, quella che la teoria generale indica come una property rule, a una liability rule, ovvero alla sanzione indennitaria”. Questo “elimina un’anomalia tutta italiana – la reintegrazione automatica – rispetto al resto d’Europa”. “Va in questa direzione – aggiunge – anche la drastica limitazione dell’entità dell’indennizzo nel caso di reintegrazione”. Restano alcune zone grigie in cui non è chiaro quale delle due regole debba essere applicata: “Comunque il testo è abbastanza univoco nell’indicare che la reintegrazione costituisce l’eccezione”. Come ha detto ieri Fornero al Wsj, “stiamo cercando di proteggere le persone, non i loro posti”.
Un altro grande merito della riforma che è stato del tutto sottovalutato, secondo Ichino, è questo: “Dopo diciotto anni nei quali si è parlato di riforma degli ammortizzatori sociali senza che nessun governo, né di centrodestra né di centrosinistra, riuscisse a cavare un ragno dal buco, e dopo una fase di confronto con le parti sociali in cui sia gli imprenditori sia i sindacati si sono opposti duramente a cambiare le cose, questa riforma è stata fatta. Ora, sia pure con un effetto differito, abbiamo un’assicurazione generale di livello europeo contro la disoccupazione, applicabile a tutto il lavoro dipendente. E la cassa integrazione guadagni viene ricondotta alla sua funzione originaria, molto diversa dal trattamento di disoccupazione”.
Un altro grande merito della riforma che è stato del tutto sottovalutato, secondo Ichino, è questo: “Dopo diciotto anni nei quali si è parlato di riforma degli ammortizzatori sociali senza che nessun governo, né di centrodestra né di centrosinistra, riuscisse a cavare un ragno dal buco, e dopo una fase di confronto con le parti sociali in cui sia gli imprenditori sia i sindacati si sono opposti duramente a cambiare le cose, questa riforma è stata fatta. Ora, sia pure con un effetto differito, abbiamo un’assicurazione generale di livello europeo contro la disoccupazione, applicabile a tutto il lavoro dipendente. E la cassa integrazione guadagni viene ricondotta alla sua funzione originaria, molto diversa dal trattamento di disoccupazione”.
Ichino non nasconde però i difetti della riforma: “E’ un testo di molto difficile lettura, un po’ come il ‘Collegato Lavoro’ del 2010. E’ difficile anche per noi addetti ai lavori, figuriamoci per i milioni di persone a cui la legge è destinata. E naturalmente non è traducibile in inglese. Dunque agli occhi degli operatori stranieri conferma il carattere bizantino del nostro ordinamento”. Quindi non è proprio sicuro che la riforma costituisce uno dei fattori che incentiverà gli investimenti esteri in Italia. “Nell’immediato no. Anche perché da destra e da sinistra abbiamo fatto tutto il possibile per svalutare le novità positive della riforma. Sulla distanza qualche effetto positivo incomincerà a vedersi. Ma per essere più attrattivi nei confronti degli investimenti esteri abbiamo un bisogno assoluto di semplificazione della nostra legislazione del lavoro. La prossima tappa deve essere il Codice del lavoro semplificato”.
Gli industriali dicono: flessibilità irrigidita in entrata, rigidità non flessibilizzata in uscita. E’ una boiata ma va approvata. “Confindustria sbaglia nel sottovalutare la svolta che si compie sulla disciplina dei licenziamenti. D’ora in poi il cosiddetto ‘aggiustamento fine’ degli organici, che finora sopra i 15 dipendenti è stato quasi del tutto impossibile, diventa possibile. Anche se costoso: da 12 a 24 mensilità dell’ultima retribuzione”. Entro questo minimo e massimo, dice Ichino, “si collocheranno anche, più facilmente che in passato, le risoluzioni consensuali dei rapporti di lavoro e le transazioni sui licenziamenti”. Mentre le norme di contrasto al lavoro precario “riguarderanno di fatto un milione o un milione e mezzo di posizioni, quella sui licenziamenti riguarda cinque milioni e mezzo di dipendenti di aziende private”. “Poi c’è la liberalizzazione del primo contratto a termine, fino a un anno di durata, che ci allinea rispetto alla direttiva europea del ‘99. Mi sembra che il giudizio complessivamente negativo di Confindustria sia stato un po’ troppo affrettato”.
Gli industriali dicono: flessibilità irrigidita in entrata, rigidità non flessibilizzata in uscita. E’ una boiata ma va approvata. “Confindustria sbaglia nel sottovalutare la svolta che si compie sulla disciplina dei licenziamenti. D’ora in poi il cosiddetto ‘aggiustamento fine’ degli organici, che finora sopra i 15 dipendenti è stato quasi del tutto impossibile, diventa possibile. Anche se costoso: da 12 a 24 mensilità dell’ultima retribuzione”. Entro questo minimo e massimo, dice Ichino, “si collocheranno anche, più facilmente che in passato, le risoluzioni consensuali dei rapporti di lavoro e le transazioni sui licenziamenti”. Mentre le norme di contrasto al lavoro precario “riguarderanno di fatto un milione o un milione e mezzo di posizioni, quella sui licenziamenti riguarda cinque milioni e mezzo di dipendenti di aziende private”. “Poi c’è la liberalizzazione del primo contratto a termine, fino a un anno di durata, che ci allinea rispetto alla direttiva europea del ‘99. Mi sembra che il giudizio complessivamente negativo di Confindustria sia stato un po’ troppo affrettato”.
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